PIETA’ di Kim Ki-Duk – Leone d’Oro Festival di Venezia 2012 (Corea del Sud – 104’)

E’ un film che fa male, la Pietà è (quasi) solo nel titolo, ma chi conosce il regista è già preparato a tanto.

Dopo la visione, quasi sotto shock, mi sono chiesta ma perché questo film, perché tutta questa crudeltà, perché tanto dolore senza misericordia. Poi ho ricordato l’inizio del film, quando il giovane, fighetto e crudele strozzino – che come tale ha tra le sue vittime sempre dei disgraziati, dei perdenti, persone sull’orlo del precipizio disposte anche ad avere un prestito al 1000% di interesse – dice ad una delle sue vittime: “luridi bastardi ma perché vi fate il prestito se poi non potete ripagarlo?”. Il denaro, il denaro! “Cosa sono i soldi” chiede il protagonista “Amore, rabbia, violenza, odio, gelosia, vendetta” risponde una madre. I perdenti sono tali perché il fallimento è arrivato sulle loro attività di artigiani del ferro, o di poco altro, velocemente, dal giorno alla notte, nell’arco di un bagliore di vita. Il loro modo di lavorare, il loro mercato è finito, niente più affari! Vite già morte, madri disperate, figli storditi che precipitano nella disperazione, dolore di tutti, ma anche barlumi e istanti di dignità in quelle vite adagiate in luoghi spettrali, immondezzai del capitalismo dove pure alcuni sentimenti fondamentali restano l’unica cosa che fa di quei corpi qualcosa di umano.

Siamo in una città coreana,forse Seul,

non viene nominata, una gelida e nebbiosa città coreana dove viene subito svelato come fanno ad avanzare così veloci i grattacieli e insieme il boom del PIL asiatico, si tratta del capitalismo dell’altro lato del mondo che divora vite e desideri e li schiaccia sotto la coltre di nebbia dell’alba. Le vittime che (non) pagano i debiti sono quelli del mondo che sta finendo, quello che viene divorato dal vetro e dal cemento del nuovo e superbo skyline che invade e fa ombra su quartieri lerci e disperati, vicoli invasi dalla spazzatura e dalla sporcizia delle case, degli oggetti, dall’accumulo di materia, il cimitero all’aperto di corpi e di cose. Un mondo fatto di piccole, buie e inabitabili case, sono baracche, quasi delle discariche che accolgono tra mura annerite uomini, donne e cose. Coloro che dalle campagne sono arrivati in questa grigia e crudele città (sognata patria di nuovo benessere) sono vittime dell’inurbamento veloce e spietato che non lascia alcuno scampo. I perdenti qui sono di due tipi, quelli che resistono alla crudeltà dell’usuraio con la paura – che è pur sempre una forma di rifiuto di quello che ti può accadere – e quelli che la accettano quella crudeltà come ineluttabile, con distacco, con l’unico desiderio di scomparire. L’usuraio, che si arrovella nella sua rabbia cieca, e le sue vittime abitano gli stessi luoghi, le stesse luride strade, lo strozzino si arrovella di più nella sua rabbia cieca. Il capitalismo che avanza feroce ha i suoi carnefici e le sue vittime, ma i ruoli possono scambiarsi e le vittime si fanno carnefici e la storia si sovverte ma senza intaccare la corsa del capitalismo selvaggio che vuole solo crescere e che intanto ha già costruito altri carnefici e alte vittime, la scena generale non cambia, le storie particolari non la scalfiscono, solo la scrivono. Non basta che il giovane e crudele usuraio sia messo alla prova, non bastano gli eventi che arrivano a sovvertire la sua agghiacciante esistenza, anche lui è dentro la macina, vuole solo cambiare di posto, si fa vittima, ma nulla può mutare i destini. Le madri del film sono vinte, cercano vendetta ma i loro destini sono già disegnati nella tragica sorte dei loro figli.

Kim Ki-Duk segue orme tragiche, anche Shakespeare, Čechov, Dostoevskij ci hanno messo accanto a personaggi che attraversano i veloci cambiamenti di epoche e ne rimangono schiacciati, qui la tragedia è troppo vicina, troppo a rischio le nostre vite e i nostri futuri. Il Kirieleison finale è per tutti noi.

A. Viteritti

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