Una questione morale del costruire? Acri un’utopia temperante del costruito

Di Angelo Minisci.

Umberto Eco nei suoi Cinque scritti morali, muovendo dal concetto di etiche possibili, rileva come oggi la difficoltà nel porre il problema della morale sia soprattutto quella di trovare un punto comune a queste etiche. Nasce il “concetto di altro in noi”, come base, punto di partenza del il nostro operare… “altro” come vicino ma anche come natura, pianeta in cui viviamo, generazioni future… Costruire è un verbo che non appartiene solo agli umani: uccelli, formiche e molti altri animali sanno costruire. Si costruisce spinti da bisogni per soddisfare i quali non si trovano cose offerte spontaneamente dalla natura. Più cresce la complessità evolutiva del soggetto più crescono i suoi bisogni: se all’inizio poteva bastarci qualcosa di circoscritto oggi vogliamo ancora di più. E questo porta a riflettere sul senso del costruire e non solo dell’architettura e della sua durabilità… e quindi un ponte, un isola pedonale o altro se non sono interazione con la gente del luogo forse è un costruire vano.

Per gli antichi l’architettura non era solo la risposta ad una necessità, ma il simbolo di sfida e affrancamento dalla natura, vista come forza e ostile al genere umano. Per questo spendevano energie e risorse per costruire manufatti inutili, destinati a durare nel tempo il più a lungo possibile.

Le Twin Towers Petronas in Malesia

Tutta la storia dell’architettura è compresa in questa volontà di sfida: l’architettura è il luogo dell’artificiale, umano e amico, contro il luogo del naturale, selvaggio e ostile agli umani. Un contrasto è ragionevole finché le due parti hanno autonomia, se pur diseguale, di azione e comportamento ma cessa quando una parte soccombe rispetto all’altra. Oggi è rimasto poco di naturale, incontrollabile per definizione se non per intercessione divina, è entrato nel numero delle cose di cui siamo direttamente responsabili. Si può parlare ancora d’architettura nei termini tradizionali o bisogna pensare ad altro e in altri termini?. Ormai il quadro è uscito dalla cornice. All’imitazione della natura fondata sulla certezza dell’esperienza subentra l’incertezza probabilistica e l’inconoscibilità della natura nel suo intimo. C’è stato un tempo in cui queste convinzioni erano confinate dentro un cerchio ristretto d’addetti ai lavori e la gran massa delle persone poteva tranquillamente ignorarle. Oggi ci siamo tutti dentro, siamo tutti artefici del fare chi più vicino chi da lontane visioni. Siamo animali sociali che affidano il proprio progetto di vita alla rete di relazioni che sviluppa e comprende la società stessa ma il modello socio-economico che finora ha tessuto questa rete è cambiato profondamente: alla certezza, vista come orizzonte cui tendere e base su cui costruire la propria aspettativa di vita, di successo ecc. si è sostituita l’incertezza. Ciò significa elaborare comportamenti che si sviluppano in condizioni d’imprevedibilità e rischio, non ci sono risposte e dentro questa incertezza esiste la sfida in tutti i sensi. La fiducia, come qualità richiesta per poter agire in assenza di certezze, costituisce forse la principale di queste attitudini.

Ci si deve fidare, di sé e degli altri, per il solo fatto che non si sa come andrà a finire. Ciò implica anche un uso selettivo della fiducia, un bene prezioso che non può essere diffuso a pioggia. Ogni progetto si basa sulla fiducia.

Progettare significa collocarsi ai nodi della rete (economica, culturale, politica ecc.) e contribuire a rendere più fluida la trasmissione di fiducia da un punto all’altro del sistema, essere disponibili a dare credito agli avversari e a rivedere la stessa definizione di avversario senza annullare i conflitti ma traendone occasioni per nuovi obbiettivi. Non si trasmette fiducia se non si ha fiducia in sé stessi: è forse la cosa più difficile da raggiungere. Sono convinto che imparare sia soprattutto imparare ad apprendere e che sia un processo personale e autonomo. Imparare non ha un inizio ed una fine. Di fronte ad una accelerazione dei processi di trasformazione, al tumultuoso sviluppo della tecnologia, ai rapidi mutamenti sul piano sociale il design vive una fase di impasse, non tanto perché non si progetta più – anzi forse si progetta anche troppo – ma perché si opera in mancanza di una prospettiva ideale di trasformazione. La nostra epoca connotata dalla caduta delle ideologie ha rappresentato inevitabilmente anche una perdita dell’utopia della trasformazione. Sembra quasi che la progettazione debba rincorrere cambiamenti che si sviluppano in modo autonomo, quasi per una sorta di moto inerziale, non più predeterminabili e programmabili. Io non credo a questa inevitabilità ed è pericoloso che qualcuno sostenga questo. Così penso che porsi oggi il problema di un etica del progetto sia innanzitutto porsi il problema dell’utopia, di una utopia della trasformazione. Mi spiego meglio. Ritengo che il concetto di utopia oggi sia sostanzialmente diverso da quello che ha caratterizzato l’inizio del secolo: l’utopia dei primi del Novecento era fondata sull’idea di grandi progetti di trasformazione, spesso traumatici, sostanzialmente rivoluzionari. Oggi, invece, il processo di trasformazione collegato all’utopia deve fondarsi sulla ricostruzione di sistemi di equilibrio. Anzi, forse, si può affermare che la vera rivoluzione è proprio costruire l’equilibrio. In una società, come quella attuale, che vive una sorta di schizofrenia perché da un lato è evidente la volontà di costruire sistemi di integrazione tra uomo e natura, tra i diversi popoli, tra culture lontane, dall’altro verifichiamo una crescente tendenza alla distinzione, alla separazione,

la sfida è realizzare un equilibrio tra i progetti di sviluppo e i problemi di natura ambientale, tra paesi poveri e ricchi,

tra i progressi della tecnica e il mondo del lavoro, non in una visione “buonista”, oggi tanto di moda, ma come possibile ed irrinunciabile sviluppo della società. In questo l’unico, reale, progetto di trasformazione è oggi un progetto di utopia. Un’utopia che potremmo definire “temperante”. Siamo abituati a considerare da sempre questi due termini – utopia e temperanza – come antitetici: l’utopia contiene in sé il senso di dinamicità e di trasformazione, per alcuni versi anche irruenta, della realtà; la temperanza è il fermarsi per meditare, per riflettere. Ecco io ritengo che oggi dobbiamo porci l’obiettivo di un’utopia temperante come reazione ad un mondo in cui tutto appare accelerato… Dobbiamo avere il tempo di sederci per pensare… l’uomo di progresso è l’uomo che pensa, che non accelera. Così la progettazione non è l’inseguimento di problemi che sembrano correre troppo veloci ma il fermarci a riflettere sull’essenza stessa di questi problemi, perché solo ponendoci l’obiettivo di un modello di trasformazione riusciamo anche a dare senso al nostro progetto…e, ma è processo continuo e incessante, gli esami non finiscono mai. E’ bene essere pazienti uditori ma è meglio prendere appunti delle cose udite, viste e lette. La scrittura favorisce l’esercizio della memoria più della tastiera. Avere più memoria significa avere più repertorio d’idee cui attingere. Oggi prevale l’uso di affidare la memoria a strumenti esterni, in grado ormai di immagazzinare ogni istante della nostra vita. Ma non capaci, ancora, di saltare da una parte all’altra creando idee nuove. Guardare e saper vedere usando insieme agli occhi anche il cervello. Una telecamera guarda ma non vede perché non ha cervello. L’occhio guarda mentre il cervello vede catalogando, confrontando, criticando, riflettendo e infine inventa.

La maggior parte della gente non vede ma guarda soltanto, come una telecamera. Forse aveva ragione il Signor Palomar.
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