Fai evadere il tuo iPhone dalla gabbia della Mela.

Di Paolo Magaudda.

Hackintosh, jailbreaking e la sovversione dei dispositivi Apple per un futuro della rete più libero e indipendente.

Il mondo dei computer e dei dispositivi digitali si è profondamente rivoluzionato nel corso di questi ultimi anni. E non vi è dubbio che il principale protagonista di questa trasformazione sia la Apple del defunto Steve Jobs, con il suoi dispositivi portatili iPhone e iPad. La storia dell’azienda californiana è certamente ricca di contraddizioni e paradossi, il principale dei quali riguarda la sua traiettoria politico-culturale: in qualche decennio Apple è passata da essere il simbolo dell’uso libertario dei personal computer a conquistarsi il ruolo di multinazionale in prima fila nel tentativo di imbavagliare l’uso della rete internet.
Nel 1977, quando inventarono il primo personal computer commerciale – l’Apple I – Steve Jobs e il suo socio Steve Wozniak erano due degni rappresentanti della scena hacker controculturale e contestataria della South bay di San Francisco. Nei primi anni di attività la Apple poté godere di una vasta simpatia, condivisa tra chi si opponeva alla multinazionale dell’informatica IBM in nome dell’uso libero e creativo del personal computer. Nel 1984, con l’introduzione del rivoluzionario computer Macintosh – il primo ad avere un’interfaccia grafica e il mouse al posto dei comandi alfanumerici – lo spot pubblicitario di lancio fu ispirato al romanzo fantapolitico 1984 di George Orwell. Nello spot un’eroina femminile associata al Mac distruggeva un Grande Fratello simboleggiante il dominio di IBM: «così vedrete – era scritto in chiusura dello spot – perché il 1984 non sarà come “1984”».
A distanza di più di trent’anni la situazione sembra essersi paradossalmente ribaltata. Negli ultimi anni, soprattutto dopo il successo dei nuovi dispositivi portatili iPhone e iPad, del negozio virtuale iTunes e del sistema operativo iOS, Apple è oramai divenuta a detta di molti la multinazionale dell’informatica più accentratrice e maggiormente votata al controllo dell’uso delle tecnologie. A confronto delle odierne strategie di Apple per rinchiudere gli utenti dell’iPhone all’interno di un ecosistema digitale blindato, impallidisce anche l’atteggiamento assunto qualche anno addietro dalla Microsoft di Bill Gates, accusata di voler obbligare gli utenti di Windows a usare il proprio browser Internet Explorer. Oggigiorno, proprio grazie al successo dell’iPhone, Apple è divenuta la regina di Wall Street: il principale target (non solo) simbolico della nuova ondata contestataria globale di Occupy. È recentissima la polemica riguardo al fatto che Apple non permette che chi acquista brani su iTunes li possa lasciare in eredità ai propri figli: stiamo insomma scoprendo che Apple non vende la musica, ma ce la affitta a caro prezzo finché non tiriamo le cuoia!
Insomma, il grande paradosso di Apple è proprio questo: essere nata a suo tempo surfando sull’onda lunga delle controculture californiane, per trasformarsi oggigiorno in uno dei peggiori nemici della libertà di internet e dell’indipendenza degli utenti. E di tutto ciò già da tempo qualcuno ha iniziato a lamentarsi.

Richard Stallman e il software libero politicamente scorretto

La «Palma d’oro» per la voce più critica nei confronti di Apple spetta senza dubbio a Richard Stallman, l’ingegnere informatico fondatore della Free Software Foundation, uno delle principali organizzazioni che lottano a favore del software libero e contro qualsiasi tipo di restrizioni nel mondo digitale. In occasione della morte di Steve Jobs, nell’ottobre del 2011, nel pieno di una smisurata ondata di commozione celebrativa nei confronti di Steve «il visionario», Stallman uscì pubblicamente con una dichiarazione a dir poco controcorrente: «non sono felice che sia morto, ma sono felice che se ne sia andato», aggiungendo, inoltre, che «tutti ci meritiamo la fine dell’influenza maligna di Jobs sul computing. Purtroppo, quell’influenza continua nonostante la sua assenza. Possiamo solo sperare che i suoi successori, nel proseguirne l’eredità, siano meno efficaci».
Per quanto dure, le parole di Stallman non hanno fanno che rendere esplicita una più vasta corrente di opinione, diffusa tra le schiere di programmatori e attivisti informatici e già in circolazione già da alcuni anni: l’idea che vede oramai Apple quale vero «impero del male» del mondo digitale, il Grande Fratello da cui doversi liberare. Alzando il coperchio del vaso di Pandora della attuale scena hacker possiamo facilmente trovare non solamente una serie di opinioni assai critiche nei confronti di Apple, ma anche alcune iniziative concrete, mirate a scardinare quel giardino digitale recintato col filo spinato che l’impresa californiana sta cercando da tempo di costruire. E la prima di queste iniziative è sicuramente il progetto collaborativo dell’Hackintosh.

L’Hackintosh: come trasformare un PC in Mac

Uno dei principali vincoli imposti da Apple ai propri utenti riguarda le restrizioni nell’uso del proprio software e in particolare quello del sistema operativo dei propri computer chiamato OSX. A differenza di Windows e Microsoft (che peraltro non ha mai prodotto computer) o del sistema Android di Google (che è open source), il sistema operativo Apple OSX – molto efficiente anche perché basato sul sistema Unix (sul quale a sua volta è basato Linux) – può difatti essere usato solo su computer prodotti dall’azienda della Mela. Questo vincolo è esplicitamente inserito nella «licenza software», il contratto che lega l’utente all’uso dei programmi e che impone di non poter usare il sistema operativo Apple sull’hardware di altre marche. Se non fosse per questo cavillo, le funzioni di OSX – considerato il sistema operativo più semplice e friendly oggi in commercio – potrebbero essere perfettamente sfruttate su macchine non-Apple, il cui costo è spesso meno della metà rispetto ai costosi computer prodotti della Mela.
Così, quando nel 2008 la Psystar, una ditta basata in Florida, iniziò a commercializzare su internet personal computer basati su un hardware generico, ma dotati fin dall’origine del sistema operativo OSX, l’azienda di Jobs avviò immediatamente una causa legale per la violazione del contratto di utilizzo del proprio software. A distanza di circa un anno la Corte Federale degli Stati Uniti ha accolto il ricorso, vietando alla Psystar di continuare nella propria attività e sancendo così il diritto di Apple di non permettere l’utilizzo a piacimento dei propri programmi.
Ma per fortuna (o per disgrazia, direbbe probabilmente Apple) esiste un variegato e a volte efficiente movimento hacker che in questi ultimi anni ha messo a disposizione degli utenti meno esperti modi per fare funzionare il software Apple su macchine delle marche più differenti. In questo modo che è nato l’Hackintosh, un computer con il software Macintosh, ma in versione hacker.
Infatti, negli ultimi anni vari programmatori hanno iniziato a radunarsi attorno ad una comunità dedita a sviluppare gli strumenti per utilizzare il sistema operativo OSX su computer non-Apple, mettendo a disposizione il loro lavoro gratuitamente  attraverso siti e forum come http://www.Hackintosh.com e http://www.Hackint0sh.org. Successivamente, si sono moltiplicati blog specifici che spiegano passo per passo, anche per utenti non esperti, le procedure per effettuare la modifica su computer economici e popolari come i netbook di Asus o Acer, leggeri, molto diffusi e soprattutto estremamente più economici di un MacBook Pro. A rendere le cose ancora più semplici oggi sono disponibili in internet le «tabelle di compatibilità», dei grafici in cui vengono indicati i modelli di PC più compatibili con la modifica Hackintosh (basta cercare sui motori «OSX Netbook Compatibility Chart»). Con l’Hackintosh è un po’ come se hackerare un computer, un’operazione un tempo difficile ed esoterica, sia divenuto invece una attività alla portata di molti, se non proprio di tutti.
Ovviamene non serve dire che Apple non è stata per niente contenta del diffondersi di questo fenomeno, pur caratterizzato da fini non commerciali. Quando nel 2009 il sito web della diffusissima rivista di cultura digitale «Wired» (edizione Usa) ha pubblicato una propria guida su come farsi il proprio Hackintosh, Apple ha minacciato una causa legale e di conseguenza il video è stato immediatamente rimosso. Ma comunque, se Apple può fare pressione sulle più importanti riviste e siti non può però certo correre dietro a tutti gli hacker e gli smanettoni di internet. E così l’Hackintosh continua a prosperare in migliaia di siti, blog e forum in giro per la rete.

 Fai evadere il tuo iPhone: il jailbreaking e il mercato alternativo delle apps censurate

Ma il vero terreno di scontro per contrastare le bramosie di controllo di Apple è quello dei nuovi dispositivi portatili – iPhone e iPad in primis – e del loro sistema operativo iOS. Infatti, è proprio con la diffusione dell’iPhone a partire dal 2007 che Apple ha iniziato a costruire da zero un nuovo ambiente digitale in cui ogni operazione dell’utente è tenuta sotto il rigido controllo. Se, per esempio, con i tradizionali personal computer per usare un nuovo software è possibile scaricarlo da un qualche sito e quindi istallarlo (serve solo che sia compatibile), nel nuovo ecosistema iOS non è più così: iPhone e iPad permettono di istallare solamente le app approvate ufficialmente da Apple e che essa stessa mette a disposizione attraverso iTunes Store (gratis o a pagamento, prendendo una percentuale). Per ogni singola app di iPhone o iPad Apple decide cosa l’utente può fare e cosa invece non gli è permesso in base alle proprie particolari considerazioni. Per esempio, fa strano a tutti i nuovi possessori di un iPad il fatto che non sia possibile allegare più di un file alle email e che, comunque, non tutti i tipi di file possano essere allegati come nelle normali mail. Tuttavia, se la questione riguardasse solo l’allegato di una mail la situazione non sarebbe poi così drammatica. Ma purtroppo così non è.
Il nuovo modello di distribuzione dei contenuti che Apple ha sviluppato per i suoi nuovi dispositivi mobili va infatti nella direzione di una più gerarchica e verticale gestione dei contenuti che circolano nella rete. Mentre finora ci siamo abituati al fatto che in internet chiunque possa produrre informazioni, immagini o applicazioni che diventano disponibili per tutti attraverso i motori di ricerca, le piattaforme e i portali di condivisione, l’ecosistema iOS di Apple ha invece come caratteristica principale quella di centralizzare la circolazione dei contenuti. La centralizzazione, in questo caso, significa che è Apple a decidere cosa può circolare e cosa no.
Infatti, tutti i programmi per iPhone e iPad devono essere preventivamente approvati in base ad un ferreo regolamento che recita che «le applicazioni possono essere rifiutate qualora esse contengano materiali, o contenuti di qualsiasi tipo, che possono essere considerati da un ragionevole giudizio di Apple come discutibili, per esempio nel caso di materiali considerati osceni, pornografici o diffamatori». In base a questa politica dei contenuti, Apple ha così deciso di escludere dal proprio ecosistema uno dei più floridi  e controversi settori commerciali di internet: il sesso e la pornografia. Del resto, l’esclusione della pornografia dai dispositivi Apple è stata una delle principali fissazioni di Steve Jobs in persona, che negli ultimi momenti della propria attività pubblica ha dichiarato che i contenuti sessualmente espliciti dovevano assolutamente rimanere fuori dall’iPhone. «Se proprio uno vuole consumare pornografia» – ha detto Jobs ai giornalisti – «si compri uno smartphone Android». Insomma, il nuovo mondo dei dispositivi portatili, in cui Apple rimane il giocatore principale, sembra essere plasmato in relazione ai gusti, le necessità e le convinzioni morali condivisi dell’azienda californiana.
Come è facile intuire, davanti alla prospettiva di un presente – ma soprattutto di un futuro –in cui le persone si collegano, interagiscono e consumano su internet in base alle volontà, alla convenienza  e alle convinzioni di Apple, il movimento hacker si è immediatamente mobilitato, iniziando a produrre strumenti per affrancarsi dai rigidi vincoli dettati dalla Mela. Nel caso dei dispositivi mobili, questo strumento di liberazione consiste in una modifica software nota come «jailbreaking», che in inglese vuole dire «evadere di prigione» e il cui significato in relazione all’iPhone è evidente: dare la possibilità di fare evadere i dispositivi Apple dalle catene impostegli dalla casa madre.
Così, differenti gruppi di hacker (spesso in competizione tra loro per riuscire per primi a manomettere i nuovi modelli di iPhone via via commercializzati) hanno messo in circolazione varie modifiche per il jailbreaking col fine di permettere di «sbloccare» iPhone, iPad e iPod. Queste modifiche sono divenute nel corso del tempo sempre più facili, accessibili e immuni da possibili conseguenze «collaterali». Mentre, infatti, le iniziali procedure di hackeraggio dell’iPhone richiedevano una qualche competenza informatica e, inoltre, se qualcosa fosse andato storto si correva il rischio di danneggiare irreparabilmente il proprio dispositivo, oggi invece la procedura di jailbreaking non potrebbe essere più semplice: basta visitare il sito internet del progetto – www.jailbreakme.com – con il browser web del proprio iPhone o iPad e lanciare la modifica con un semplice gesto del dito sullo schermo multi-touch. Nel giro qualche secondo viene attivata la modifica del proprio dispositivo, che così è in grado di poter utilizzate applicazioni non autorizzate o contenuti censurati da Apple.
Attorno ai dispositivi «liberati» grazie al jailbreaking si è dunque sviluppato un vero e proprio mercato parallelo alternativo, soprattutto in seguito all’apertura di Cydia, un negozio online che distribuisce tutte quelle applicazioni non autorizzate dai censori di Apple. Le applicazioni di Cydia, che funzionano quindi solamente su dispositivi «sbloccati», offrono funzioni e contenuti (spesso sexy) disponibili esclusivamente per questo mercato parallelo. Facciamo un esempio: Apple ha deciso di non permettere di usare Siri – il riconoscimento vocale intelligente – sulle versioni più vecchie dell’iPhone? Non c’è problema. Acquistando la app «SiriPort» si può ottenere anche su un iPhone di vecchia generazione quello che Apple non vuole darti. Vuoi sincronizzare il tuo dispositivo Apple con più di un computer contemporaneamente? Basta scaricare da Cydia un’altra app chiamata «Multitunes». Se invece hai problemi per riprodurre un formato video non supportato ufficialmente serve invece scaricare da Cydia la versione mobile di VLC, il popolare software di riproduzione video, non disponibile per i normali iPhone attraverso iTunes. E questi sono solo alcuni esempi tra le centinaia di software disponibili oggigiorno attraverso il negozio per iPhone e iPad sbloccati.
Il jailbreaking, oltre che una sfida al controllo di Apple sul mondo digitale,  si è rivelato anche un discreto business. Pare infatti che nel 2011 il negozio alternativo Cydia abbia prodotto un fatturato di ben 10 milioni di dollari, generando profitti per un quarto di milione. Nonostante questo, le motivazioni che hanno spinto il suo fondatore, il programmatore statunitense Jay Freeman, a imbarcarsi nell’impresa sono soprattutto politiche, di una politica che riguarda l’uso delle tecnologie. Freeman ha infatti scritto fin dall’inizio sul proprio sito web: «Ho molto poco rispetto per Apple, non ne faccio un segreto. Apple come impresa si è trasformata in un’ipocrisia aziendale, incarnando quelle stesse idee contro le quali ha sempre sostenuto di volersi ribellare. L’insistenza di Apple nel voler controllare l’esperienza dei loro prodotti appare molto simile al Grande Fratello che compariva nel loro storico spot 1984».
E così ritorniamo nuovamente su una delle immagini iniziali della paradossale  traiettoria di Apple, quella del Grande Fratello contro il quale si scagliavano le iniziali campagne pubblicitarie di Steve Jobs versione «ribelle». Oggigiorno, invece, se è vero che molte delle tecnologie Apple sono probabilmente ancora le migliori in quanto a design e facilità di uso, tuttavia lo spirito della libertà non sembra più passeggiare per le strade di Cupertino, la cittadina californiana sede dell’impresa che nel 1977 (l’anno in cui esplose il punk) inventò il primo personal computer.

PaoloMagaudda, sociologo presso l’università di Padova, autore di numerose pubblicazioni, dal 2010 è coordinatore editoriale  di TECNOSCIENZA,  periodico italiano di studi scientifici e tecnologici,  riferimento accademico italiano per gli studi sociali della scienza e della tecnologia. Dal 2012 collabora con Alias​​, il supplemento culturale del quotidiano nazionale “Il Manifesto”, pubblicando articoli sul rapporto tra tecnologia, musica e società.
In anteprima ci ha inviato questo articolo.

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Comments

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