Ospedale tedesco con prato inglese

Di Giuseppina Pellegrino.

Il prato inglese è appena ingiallito agli angoli, una statua di bronzo svetta al centro e più in là i bambini hanno uno spazio dedicato ai loro giochi. Per un attimo penso di aver sbagliato strada. Possibile che questo sia un ospedale?

Di primo acchito, ha l’apparenza di quello che dovrebbe essere un parco pubblico in una città molto ben tenuta, ma qui (dove ‘qui’ è Darmstadt, Hessen, Germania) è addirittura il ‘giardino’ dell’ospedale.
‘Das Klinikum’ (l’ospedale, appunto) è a due passi dall’Università, dalla stazione ferroviaria e da tutto (anche da quella che per tre mesi è casa mia, incredibilmente…). Ci finisco per un principio di allergia il giorno di festa (3 ottobre, la riunificazione post muro) che è anche il terzo dal mio arrivo in Germania.
Da notare che il giorno prima ho anche avuto il piacere di incontrare un medico di base, il quale nello studio ha un’infermiera che effettua direttamente i prelievi risparmiandoti la coda al ticket, al laboratorio e le annesse rogne.
Insomma arrivo al Pronto soccorso e c’è un sacco di gente, vado all’accettazione-registrazione (Anmeldung) e mi smistano in un altro edificio di color rosa, poco più in là. Riattraverso il giardino, ancora basita, e arrivo in quello che tutto sembra (anche all’interno) meno che un ospedale.

Sala d’attesa con giochi per bambini, quadri e sedie colorate, bagno degno di una casalinga maniaca della pulizia. Prelievo e analisi istantanea, una dottoressa mi dà un antibiotico.

Scopro (per la serie: Fantozzi all’estero) che la mia tessera sanitaria è scaduta da un anno. E’ vero, c’è scritto bello grande sopra, ma me ne rendo conto troppo tardi.
Pago quanto comunque pagherei di ticket per un codice bianco (più o meno): 24 euro e 59 cent.
Qualcuno mi spiegherà poi perché da noi (leggi: in Italia) è consentito che nelle farmacie la tessera sanitaria scaduta sia accettata (certo, fa comodo mentre ti spediscono quella nuova, ma se non te la spediscono o non ti arriva, come nel mio caso, rimuovi il problema e ti ritrovi senza tessera quando ti serve davvero). E perché il ticket possa essere tranquillamente pagato dappertutto (ne ho pagati a decine negli ultimi mesi) pur essendo formalmente ‘scoperti’ di assistenza.
Così, dopo aver verificato che invece la tessera funziona come dovrebbe in Europa, torno a casa col mio antibiotico recuperato nella farmacia di turno (piuttosto lontana, ahimè, ma il taxi me lo chiamano dalla reception dell’ospedale mentre io aspetto nella sala d’attesa da clinica di lusso, non so se mi spiego…).
Ora, è ozioso, populistico e demagogico fare confronti, e non li voglio fare. Prima di partire per la Germania, posso testimoniare di aver avuto contatti con un ambulatorio di Ginecologia preventiva presso l’ASP di Castrovillari, dove gli standard di trattamento sono ben sopra la media calabrese ed italiana.

Il punto è un altro: è l’inversione del rapporto tra ordinario e straordinario, routine ed eccezione. Per cui quello che dovrebbe essere normale ti pare una concessione o una manna dal cielo (e qui si innesta il cuore della forma mentis mafiosa, ma questa è un’altra storia), e non ti incazzi più per averlo in quanto tuo diritto sacrosanto.Il punto è anche farsi le domande giuste di fronte a quello che non esito a definire (pure tra virgolette) uno ‘shock culturale’: non il solito piagnisteo (‘perché noi no?’) ma forse, ‘come ci sono arrivati, perché loro sì’. Facile (tra virgolette): se quello che è pubblico è laicamente ‘sacro’… le conseguenze sono evidenti. E ‘noi’ ne siamo la controprova.

Nel cuore di un’Europa riccamente diseguale la Germania inflessibile ha i suoi problemi (gli operatori sanitari protestano per i tagli, ma la sanità è quella che ho descritto sopra). E la frutta non sa di nulla.
Ma consolarsi non basta, e non dovrebbe bastare a nessuno, specie dalle ‘nostre’ parti.

Giuseppina Pellegrino studia la mobilità perché non riesce a star ferma. E’ ricercatrice in Sociologia all’Università della Calabria ma attualmente si trova a Darmstadt (Germania) per un periodo di ricerca di tre mesi presso la Technische Universitaet.

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