LE TRE CALABRIE

di Pino Scaglione.

Ho letto, e spero come me tanti calabresi, il bellissimo articolo di Cesare Fiumi, sull’inserto Sette del Corriere, uscito giovedi scorso, che scrive delle condizioni disastrose della nostra terra, con il commento di interviste e un apparato di foto che aprono altri scenari e sguardi su questa disperata regione.

Mentre leggevo mi tornava in mente una riflessione che porto avanti da tempo: si diceva, esistessero, fino a diversi anni fa “Le Calabrie”. Erano due, Calabria Ulteriore e Calabria Citeriore, ed erano assai differenti. Quando in automobile si arriva dalle parti di Padula, e più giù a Campotenese, fuori dalla A3, ancora oggi ci sono alcuni cartelli che indicano il percorso verso sud, con la denominazione SS 19 delle Calabrie (ex statale, poi provinciale).
Oggi in realtà, le Calabrie geografiche, sono ancora due, ossia divise da quello che viene chiamato Istmo, il tratto più stretto d’Italia tra due mari, da Lamezia a Catanzaro, divise fa culture, etnie, abitudini, economie diverse: da Castrovillari alla Sila dell’Ampollino, la prima parte (Citeriore) da Catanzaro a Reggio la seconda parte (Ulteriore). Ma, a ben guardare, fuori dalle geografie fisiche, le Calabrie sociali, statistiche e umane sono tre: Ulteriore, Citeriore, Exteriore. Quest’ultima non l’ho inventata io, se non per il nome, ma di fatto esiste nei dati, nelle dinamiche, nelle graduatorie e statistiche..

É la Calabria della “diaspora”, quella dei circa 850.000 calabresi andati via, negli ultimi 30 anni, dai loro luoghi di origine, sparsi per il mondo, fuggiti per necessità, disperazione, rifiuto di una amara, quotidiana realtà. La Calabria della fuga di braccia, fino agli anni settanta, dei cervelli e dei professionisti da allora ad oggi e senza soluzione di continuità.

Quest’ultimo dato, quando insegnavo ad Arcavacata (fino al 2006) emergeva impressionante anche dalle statistiche dei laureati: circa il 60% dei giovani che prendevano e prendono una laurea in Calabria, va via, emigra, e va soprattutto in nord Italia. Dunque, se prima l’emigrazione era delle braccia, oggi é soprattutto delle menti, perché le braccia oggi le importiamo noi: sono quelle degli altri disperati dell’est e del nord Africa, sfruttati per lavori massacranti. Dunque la Calabria che tanto aveva -ed ha tuttora- bisogno dei suoi laureati, di tecnici e intellettuali, li lascia andare via, senza provare in alcun modo a trattenerli, a richiamarli, ad offrirgli possibilità di inserimento nel percorso lavorativo/professionale.

Quelli che restano, quelli che riescono a sopportare umiliazioni e ricatti elettorali o di altro tipo, come molti, troppi calabresi, piegano la testa e con rassegnazione ripetono la stessa frase: “tanto é così e non cambierà mai nulla”.

Nella Calabria Exteriore, dunque ci sono molte energie disperse: umane, finanziarie, intellettuali, creative. Nessuna legge é mai stata predisposta dal governo regionale (ne nazionale) per provare, tentare un rientro, attraverso incentivi, canali privilegiati, sostegno ad iniziative nuove, stimoli a ripopolare la terra di origine, a tornare per occuparsi di un possibile, estremo salvataggio contro il fallimento certo. Fiumi scrive nel suo articolo, citando un passaggio del New York Times, uscito in occasione del commissariamento per mafia di Reggio, che se la Calabria non fosse legata ai meccanismi statali sarebbe fallita già molte volte.
E di Acri? La bella antica Acheruntia, Atlantide, Acras (quanti nomi, quante suggestioni!) vogliamo parlarne in questa Calabria alla deriva? Vogliamo continuare a riflettere per capire cosa sta succedendo? Quello che accade fuori, accade anche dentro e viceversa.

Acri non é più un modello “positivo”, é stata risucchiata dalla globalizzazione, ma non quella planetaria, bensì da quella modesta e di basso profilo, regionale. Acri dunque é come tanti altri posti di questa Calabria allo sbando dentro un Italia smarrita.

Acri, che ha molte persone che vivono nella Calabria Exteriore, andate via, partite e non tornate, se non per brevissime vacanze, oggi subisce il malcostume politico, l’arrivismo e l’individualismo sfrenato, il prevalere degli interessi privati su quelli pubblici. Subisce l’impoverimento culturale, per una totale assenza di qualsiasi iniziativa che sia rivolta ad elevare le menti e le coscienze. Soffre della mancanza di relazioni con contesti più dinamici, è isolata geograficamente e socialmente, si é impoverita. Direi é una ex piccola città operosa che oggi é implosa.
Seppure collocata nella parte più evoluta (sarà vero?) della Calabria citeriore, vicino alla Cosenza “colta” e “intellettuale”, Acri non sa più cosa essere o diventare, o cosa è diventata: centro agricolo no; centro urbano evoluto men che meno; centro turistico, ma neanche lontanamente; centro salutistico, un tempo forse si, oggi certo non più; centro del buon cibo, smarrito, come tante altre cose. Non riesce più a collocarsi, né viene collocata, non viene identificata in nessuna delle “mappe” di navigazione reali e mentali, ha smarrito il suo antico ruolo di centro di riferimento, ha smarrito la sua matrice contadina/agricola sposandone, forzatamente, una urbana, senza però riuscire a trasformarsi da piccola città a centro urbano di rango maggiore.

La classe politica che ha espresso in questi ultimi venti anni, come nel resto della Calabria, mezzogiorno e Italia, é stata una classe politica miope, incapace di costruire visioni di futuro, prospettive reali di sviluppo, un modello di qualità dell’habitat che fosse in grado anche di proteggere le risorse naturali e valorizzare il paesaggio, forse la più autentica delle risorse da spendere in futuro.

Invece si è puntato sul mattone: una storia antica questa, il mattone come investimento, rifugio, solidità e sicurezza per se e i propri figli. Ne siamo stati vittime, o artefici, un po’ tutti. Padri e figli, imprese e amministratori. Abbiamo anche noi subito e importato il modello del boom, ma molto in ritardo, e con contraccolpi che arrivano ad oggi. Isolata prima e ora, tagliata fuori dai circuiti delle principali infrastrutture, ha perso anche l’occasione di fare del suo dorato isolamento, momento di costruzione di una “oasi” di relax e buon cibo, natura e quiete a due passi dalla Sila e dal mare degli Dei (lo Jonio della Magna Grecia). Politici, tecnici, amministratori, seguendo quella suicida scia meridionale dell’individualismo, hanno pensato ai propri interessi, a costruire carriere -sul nulla e poi finite miseramente- utili a distrarre fondi e diluire decisioni necessarie e importanti per gettare le basi di un sano e duraturo sviluppo. Anche qui come altrove i fondi della UE, invece di produrre un rinnovamento profondo della società e delle strutture urbane sono serviti a costruire inutili “mausolei” del nulla.

Ne sia monito un fantasmagorico ascensore che doveva servire a superare un dislivello di circa 50 metri, ed é diventato, nella megalomania di politici e tecnici, una orribile e inutile anacronistica specie di base missilistica. Opere incompiute, risorse sprecate, precarietà diffusa.

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Il nuovo teatro comunale, frutto di un concorso nazionale di idee, un ottimo progetto architettonico, una buona occasione di costruire un nuovo contenitore di funzioni culturali, di intrattenimento e motore di rigenerazione urbana, langue in attesa di chissà quale sorte. La più probabile é che resti così per venti anni, dopo essere costato, ad oggi, circa 2.000.000 di euro.

E non finisce qui il senso di onnipotenza di chi governa il territorio oggi.
Non esiste un progetto di sviluppo che abbia un senso e punti al recupero e alla rigenerazione urbana, non esiste un piano di governo e strategie per l’intero territorio, ma si lanciano proclami di finanziamenti in arrivo, in virtù delle “giuste” entrature romane. Ma lo Stato cosa fa, eroga su richiesta del signore di turno, o pianifica gli investimenti? Nessuna delle due o tutte e due le cose, in ogni caso dannose entrambe e frutto del sottobosco politico-clientelare, duro a morire in una terra in cui i bisogni di sopravvivenza vengono prima di ogni altra necessità ed il ricatto è pratica quotidiana.
Sarebbe perciò utile poter iniziare un percorso, che faccia immaginare che la terza Calabria, quella Exteriore, potesse iniziare a contare. Far pesare la propria esperienza, acquisita altrove. Quello sguardo esterno, aperto e costruttivo, dinamico, evoluto che farebbe così bene agli indigeni, ai locali riottosi e timorosi del cambiamento e dell’innovazione sotto qualsiasi forma e modalità, perché capace di scardinare clientelismi e giochi di piccole caste consolidate.

Anche chi scrive, spesso, avendo una parte di animo cresciuta in questi luoghi, subisce lo sconforto ambiguo e subdolo “del tanto non cambierà mai nulla”, ma aver visto che é possibile ribaltare il destino, cambiare il corso delle cose (persino nella vicina Basilicata) fa rabbia e fa venire voglia di scrivere, agire, tirarsi ancora su le maniche e ricominciare.
Sarà la volta buona? Dipende da quando sapremo dimenticare le due Calabrie e da quanto sapremo far pesare, anche solo idealmente, il senso e l’esperienza della terza: la Calabria Exteriore, cioè quella della nostra esperienza e visionarietá, su quella della rinuncia e della rassegnazione.

(segue)

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Comments

  1. Caro Pino, il tuo pezzo apre uno squarcio attraverso cui guardare ma dietro la tua amarezza intravedo anche una bella grinta. La Calabria exteriore è quella che Pane & Rose vorrebbe intercettare per offrire uno spazio di riflessione, aiutiamoci a farlo. La Sardegna di Soru aveva immaginato programmi straordinari, con borse di studio e programmi di sviuppo, rivolti proprio ai cervelli che si sono allontanati e che volevano tornare. Non lo so se la Calabria ha tra i suoi amministratori politici cervelli capaci di pensare (e poi realizzare) il rientro dei cervelli desiderosi di tornare. A presto caro Pino.

  2. Ho trovato questo blog su google, sto leggendo con gusto tutti i post che riesco… il blog e’ semplicemente fantastico, complimenti.

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