COMPITI A CASA

di Giovanni Gallipoli.

Con l’inizio dell’anno scolastico i compiti a casa arrivano puntuali come la campanella. Sono lontani i tempi del compianto Prof. Giovanni Faragasso che assegnava pochissimi compiti e a chi gliene chiedeva il motivo, rispondeva: “Io lavoro in classe e durante le mie lezioni devo assicurarmi che tutti abbiano compreso il senso e il contenuto delle mie spiegazioni, percio’ i pochi compiti servono solo ad avere una conferma “.

Conservo ancora i quaderni dei miei figli che lo hanno avuto come insegnante e che scrivono con il corretto uso del congiuntivo e con tutte le regole della nostra grammatica. Io, durante l’anno scolastico, vedo poco i miei nipoti, proprio perché sono sommersi dai compiti che devono svolgere a casa ed hanno pochissimo tempo libero. Ma questi compiti a casa servono o no?

SEMBRA PROPRIO DI SI: servono a fissare le nozioni apprese in classe, a trovare un proprio metodo per la soluzione dei problemi, servono ad esercitare la capacità di concentrazione e sono uno strumento di formazione all’autonomia oltre che di conoscenza e poi insegnano ai bambini a rispondere ad una richiesta. Però, ci vuole misura, troppi compiti spingono il bambino a sbrigarsi più che a cercare un metodo o a chiedere subito aiuto. La capacità di concentrazione dei bambini non é illimitata e si apprende con il tempo. Troppi compiti potrebbero rivelarsi frustranti e quindi controproducenti.I bambini hanno bisogno anche di tempo libero da riempire come vogliono anche senza far nulla.Il bambino é portatore di diritti che deve poter esercitare nella scuola ed in famiglia e come titolare di diritti dovrebbe essere in grado di godere di una certa libertà.

Il diritto e la libertà sono inscindibili, oggi, però nessun bambino va a scuola da solo o con gli amici, nessuno va a giocare a pallone senza la presenza di un adulto.

E’ vero i rischi sono reali come ad esempio il traffico, ma gli adulti vivendo in uno stato di ansia da pericolo, superproteggono la vita dei loro figli con mille corsi ed impegni. Così facendo però, li rendono competenti ma non capaci di affrontare i problemi della crescita. Prendiamo esempio dagli animali.

Mi viene in mente il film “Nata libera” che narra la storia (vera) di una leonessa (Elsa) allevata in Africa dai coniugi Adamson, i quali, ad un certo punto, decidono di riportarla nella foresta per ridarle la propria dignità di animale selvatico.

Dopo dieci giorni tornati a controllare, la ritrovano quasi morta di fame. Non era riuscita a procurarsi il cibo. Così ripresala, la portano presso un centro specializzato, che dopo le opportune cure la libera nella foresta. Il film termina poi con la bellissima immagine della leonessa, ai bordi della foresta, seguita da una numerosa cucciolata di piccoli leoni.

Molti genitori poi, non hanno tempo o sono troppo stanchi per giocare con i loro figli senza sapere che attraverso il gioco conosciamo nostro figlio come si esprime e come vede la realtà. Se invece é il bambino a non voler giocare con noi e preferisce qualcos’altro alla nostra compagnia, allora probabilmente occorre fare una riflessione.

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Comments

  1. Si, hai ragione Giovanni, bisogna fare una riflessione. Nel marzo di quest’anno in Francia c’è stata una forte mobilitazione di genitori contro i compiti a casa a favore dei ragazzi e del loro diritto vivere un tempo “altro” alla fine della scuola. Quel movimento ha avuto echi in Italia coinvolgendo anche insegnanti oltre a molti genitori. Anche perchè i ragazzi dopo la scuola fanno tante cose, come è giusto che sia. Fanno sport, usano tecnologie, passano il tempo con gli amici, magari poco con i genitori, ma questa è un’altra storia. La sfida è apprendere a scuola, nel tempo (che non è poco) che si trascorre insieme con pari e più esperti. La vera sfida oggi è insegnare a scuola in modo equo ed efficace, magari usando tecnologie e linguaggi vicini ai ragazzi, storie, gioco, fantasia, sfida, visione del futuro e del passato, autonomia, indipendenza di giudizio, coraggio, competizione e cooperazione. Ma questa è un’altra storia. Grazie Giovanni.

  2. Sono stata allieva del Prof. Faragasso per un breve periodo, in seconda media. Lo ricordo con affetto per la qualità della sua azione formativa e per la passione che metteva nell’insegnamento. Anch’io ho scelto di fare la Prof. e attualmente insegno in un Istituto professionale per i servizi commerciali, a Conegliano. Nel mio stile di insegnamento conservo qualcosa di ciascuno dei miei vecchi professori e, tra questi, il Prof. Faragasso è uno dei più presenti. In effetti, anch’io non assegno molti compiti a casa. La lezione dura un’ora, l’attenzione degli allievi, nella migliore delle ipotesi, non supera i 50 minuti. Proprio sulla base di tale osservazione, cerco di limitare la spiegazione fino a che “sento” che l’attenzione è desta. Circa un quarto d’ora prima della fine della lezione, chiedo agli alunni di fissare i punti salienti della spiegazione e concedo loro il tempo di fare in classe gli esercizi per casa. Il sistema funziona e i risultati non si fanno attendere. I contenuti vengono fissati meglio e gli elementi di ansia e di preoccupazione vengono limitati. Ricordo anche che il Prof Faragasso consegnava i compiti corretti qualche giorno dopo la loro esecuzione. Anche questo è un buon sistema per assicurarsi che l’apprendimento sia efficace. La scuola spesso ignora gli elementi emozionali dimenticandosi che i soggetti coinvolti nello scambio educativo sono espressione di pensiero e di sentimento, di intelligenza e di affettività e non sono vasi da riempire o polli da farcire di nozioni.
    Si deve evitare di dare prevalenza all’una o all’altra polarità: la dicotomia emozionale – razionale deve essere armonizzata in modo equilibrato e intelligente. Il processo educativo deve far sì che soggetto che educa e soggetto da educare siano in grado di interagire, così come le loro due polarità.
    Nella storia dell’umanità, le emozioni sono state fondamentali per l’uomo e per la sopravvivenza della specie. All’interno del processo educativo, purtroppo, dobbiamo constatare che, normalmente, non è dato abbastanza spazio agli elementi di interconnessione tra le dimensioni cognitive ed emotive che caratterizzano sia il soggetto adulto che il soggetto in iniziale età evolutiva.
    Nell’aula scolastica, i sentimenti continuano ad essere considerati poco importanti e, a volte, sono sottovalutati, perché considerati “non utili”, riguardo al processo educativo.
    Sarebbe bene, invece, impegnarsi a tutti i livelli nel favorire lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, sia negli adulti sia nei soggetti in età evolutiva. È l’intelligenza emotiva che è capace di armonizzare pensiero e sentimenti, la parola con i vissuti emotivi, la dimensione mentale con quella affettiva.
    Un docente che si preoccupa che i concetti siano stati assimilati è senz’altro un ottimo docente, di quelli da ricordare.
    Sulla base degli studi condotti da D. Goleman nel suo saggio L’intelligenza emotiva (Milano, Rizzoli, 1996) una delle finalità da perseguire è la capacità di percepire le emozioni altrui, riuscendo ad essere sensibili ed empatici e di interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali.
    In tal senso, il Prof. Faragasso era decisamente in anticipo sui tempi.

  3. Vittorio Campione says:

    La sfida è quella di fare della scuola, per dirla in modo provocatorio, un luogo di apprendimento anziché un luogo di insegnamento. I percorsi didattici di tipo trasmissivo hanno in sè incorporati i compiti a casa: il docente spiega, l’allievo capisce, studia e dimostra attraverso i compiti il raggiungimento dell’obiettivo.
    I percorsi didattici learning centred presuppongono una modifica radicale dell’organizzazione del lavoro (scansione degli orari, struttura e composizione delle classi, articolazione e moltiplicazione delle funzioni docenti, …) da cui deriva la poca/nulla significatività dei compiti a casa.
    Il tema (importantissimo e su cui varrebbe la pena di discutere a fondo) è quindi quello della discussione pubblica su come e con quale percorso lavorare per una progressiva ma radicale modifica dell’organizzazione del lavoro.

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  1. […] “ di compiti possa essere utile? Questa domanda mi è nata spontanea quando ho letto l’articolo “Compiti a casa” di Giovanni Gallipoli e si è acuita proprio oggi durante una riunione con i genitori della mia […]

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