LE FERRIERE DI MONGIANA

di Rocco Barbaro.

Si sente spesso parlare di Calabria in termini negativi, come un caso disperato: povertà, criminalità, disoccupazione, mala sanità e corruzione.

Tutto porta a far pensare che questi episodi sono generati da condizioni filogenetiche e che la “calabresità” porta nel suo DNA l’arretratezza ed il malcostume. Posto che il malcostume è diffuso in tutta Italia, affermiamo che al nord si “presentano” meglio. Come ci sono i distretti industriali, così ci sono le lobbies che funzionano nel sottobosco per gestire e riciclare il denaro che arriva anche dal sud e sono integrati e ben coordinati con l’economia e lo sviluppo del territorio.
Se una critica si deve fare al sud è quella di non saper valorizzare le proprie risorse territoriali ed umane, di non conoscere a fondo le potenzialità del suo territorio e di non concepire uno sviluppo orientato e coordinato. Sicuramente un superiore senso di comunità sarebbe un modello culturale da perseguire con maggiore convinzione. Qui, si apre un capitolo che ci riporta indietro di tanti anni, raccontandoci la pletora di razze e costumi diversi che con difficoltà hanno trovato asilo in un’unica identità. Infatti, la denominazione di “Calabrie” è stata spesso usata per indicare la molteplicità di anime che convivono in questa terra aspra e ricca di sentimento. I mezzi di comunicazione, così come i libri di storia non hanno certo aiutato la disinformazione diffusa che c’è su questo stato di cose. Non sanno o peggio ancora fanno finta di non sapere che c’è stata una Calabria (e c’è ancora in alcuni settori ed in alcune aree) che ha funzionato e che risultava ai primi posti in Europa.

Le ferriere di Mongiana, raccontavano lo svolgimento quotidiano del lavoro, in mezzo alle suggestive vallate delle serre, così sdraiate al sole ed esposti ai venti dell’Aspromonte (mai nome è stato più azzeccato).

Raccontavano i silenzi notturni contornati dalle voci della Ghiandaia, della Poiana, dei Barbagianni e del Picchio verde. Le luci che si accendevano negli spazi vuoti pronti ad affollarsi della gente che andava laboriosamente a lavorare. Gli abitanti del posto erano orgogliosi del loro lavoro in una delle industrie più importanti d’Europa. Nel paese natio, i lavoratori erano intenti nella loro attività, dalle finestre della fabbrica insieme ai pini e le faggete vedevano i contorni delle loro case poco distanti.

Le ferriere raccontavano la fatica della fabbrica, ma il fatto di essere lì vicino agli affetti, tutto faceva sembrare più dolce e sopportabile.

Il “Polo siderurgico dell’Assi o Complesso di Ferdinadea” faceva parte della biografia industriale di questi territori che comprendono non solo Mongiana, ma anche la vallata dello Stilaro, dove oggi troviamo “l’Ecomuseo delle ferriere e fonderie della Calabria” a pochi passi dal caratteristico paesino fortificato Stilo (Greco e poi Normanno) che diede alla luce nel lontano 1568 il controverso ed originale filosofo Tommaso Campanella. Del complesso industriale faceva parte anche il territorio di Bivongi, famoso per le splendide cascate nell’alto corso della fiumara Stilaro ed importante centro degli “Ortodossi” in Italia (nell’ex convento Basiliano San Giovanni Theresti è attivo il “Museo di Archeologia Industriale”). La vallata dello Stilaro possedeva molte miniere: la grande ricchezza mineraria del sottosuolo (ferro, molibdeno, antimonio e argento) ha fatto sì che durante il corso della storia si sfruttasse questa risorsa con la creazione di ferriere, fonderie e villaggi minerari.

Nei boschi fiorenti e di una bellezza selvaggia che si arrampica su per le colline delle serre calabresi, sorgevano: “Le più grandi e moderne acciaierie d’Italia, le uniche in grado di competere, per qualità e produttività, con le migliori d’Europa”, le parole di Sharo Gambino, scrittore fecondo del fiume Angitola, così riportate da Pino Aprile nel suo libro “Terroni”, raccontano di una Calabria in salute, produttiva e che competeva con i migliori complessi industriali Europei.

Stiamo parlando di un’epoca precedente l’Unità d’Italia, quando a Mongiana esisteva il più ricco distretto minerario e siderurgico del Regno delle due Sicilie e dell’Italia intera. Fu rimosso dal governo unitario, con una clausola che ne intravedeva un difetto strutturale e che considerava troppo lontane dal mare gli stabilimenti. Ovviamente l’industria siderurgica è stata riaperta, prima a Terni e poi a Brescia che come sappiamo godono di una splendida vista sul mare. Con la conseguenza che tanti lavoratori calabresi sono stati costretti ad emigrare nelle nuove fabbriche prive del Know how necessario.
Si agì con “ferocia”, ha scritto Gaetano Cingari (autore di nordisti, acciaio e mafia). “Un capitale tecnico di esperienze fu cancellato di colpo, sebbene sia rimasta per molto tempo l’abilità professionale dei serresi”.
Pino Aprile, nella sua documentata ricerca, sostiene: “lo stabilimento di Mongiana colse tutti i primati possibili, per dimensione ed efficienza tecnica e poi quello della dimenticanza: nulla di tutto quello che era vanto industriale delle due Sicilie fu cancellato, rimosso, con tale violenza. E forse, nulla dice di più, del danno che infersero alla nostra capacità e alla nostra voglia di fare”.

Fontana dei fonditori a Mongiana

In un territorio che contava da 1200 a 1500 operai nel periodo preunitario, oggi non se ne trova nemmeno uno.

C’è una storia che parte dai fenici che producevano ferro sui monti calabresi, novecento anni prima dell’unità d’Italia. Continua Pino Aprile “La siderurgia fu l’industria delle serre (la praticavano pure i monaci di San Bruno, per concessione di Ruggiero il Guiscardo), alimentata dai minerali ferrosi estratti da queste rocce, lavorati dai tecnici e operai di questi paesi, con l’energia ricavata dai boschi, dalle cadute d’acqua e dal carbon fossile di questa terra. L’acciaio di Mongiana è servito per costruire i primi ponti sospesi in ferro d’Italia”.
I resti del complesso industriale stanno lì, ferriere e fonderie sono presso il ciglio del salto dell’Alaro. Scheletri del passato che insorgono e desiderano raccontare il loro vissuto glorioso e ricco di avvenimenti.

Rocco Aldemaro Barbaro, sociologo della formazione, realizza documentari e ama la filosofia. Vive  e lavora a Roma, è nato a Reggio Calabria e il  suo secondo figlio ha iniziato a camminare il giorno in cui è arrivato in Calabria per la prima volta, più precisamente dopo cinque minuti.
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