C’è del marcio in Danimarca: mi porto una mascherina?

di Assunta Viteritti.

Sapete cosa, è che questi, qualche secolo fa, non avevano nulla, giusto i vichinghi, le paludi fredde, le terre piatte, i mari gelidi, umidità al 90% anche in inverno,

ma sono stati furbi e lungimiranti e di tutto il loro niente ne hanno fatto qualcosa, ora poi stanno anche lanciando, come un mantra e in tutte le salse, il new-nordic-food per emulare e spiazzare (ma in questo di certo non riusciranno) la dieta mediterranea. Noi no, noi avevamo tutto, Leonardo e Galileo, Caravaggio e Marconi, mare invidiabile al sud, natura di tutte le forme e fatture, clima da paura, coste estesissime e di ogni gradazione olografica, e di tutto il nostro tutto cosa ne abbiamo fatto? Voglio essere ottimista, poco.
Vi racconto qualcosa della Danimarca, di quella che ho visto, poca, troppo poca, solo nei ritagli del lavoro, dall’aeroporto in città, dal finestrino dell’aereo, una passeggiata in centro, qualche giro nella metropolitana, racconto quindi niente, giusto i volti, i gesti delle persone incontrate per strada, qualche curiosità, niente insomma. E’ già chiaro che non parlerò della Danimarca ma di quel poco che ho visto di Copenhagen, come dire che non significa molto parlare dell’Italia raccontando solo una passeggiata a Roma o a Napoli, ma questo mio è poco più di un gioco, un parlare semiserio di chi cerca pretesti per marcare differenze.
Innanzitutto via i luoghi comuni. Partita con un clima da ottobrata romana, tepore e bella luce autunnale, ero preoccupata di aver messo in valigia cose poco pesanti e poi alla fine non avevo neanche preso il piumino, le previsioni meteo davano 7 di minima e 12 di massima, con pioggia e nuvolo ed ero quindi preoccupata di essere la solita italiana che non si sa coprire nei paesi del nord. Le prime cose che ho invece sperimentato sono che in Ottobre inoltrato a Copenhagen c’è il sole, il cielo è azzurro, le persone mangiano fuori e molti hanno ancora le maniche corte e gli alberi, anche in città, vanno dal giallo al viola passando per il rosso e il salmone (non quello che si mangia) a mostrare tutti i colori dell’autunno. Quindi ero fin troppo coperta e questo un poco mi ha fatto “rosicare”, come si dice a Roma, già non potevo più dire, “ma guarda questi quanto sono sfigati con questo freddo umido, noi in Italia almeno abbiamo il sole anche in autunno”.
Ero a Copenhagen per un convegno, persone da tutto il mondo in un posto che è la Copenhagen Business Scool, e subito ho dovuto fare i conti con la dura realtà. Il posto del Convegno com’era? Spettacolare naturalmente, spazi, luce, confort, accoglienza, architetture, tecnologie, ecc..
Oltre al sole e al posto non male ci sono altre due o tre cose che ho notato e che nel gioco delle differenze tra “noi” e “loro” senza bisogno neanche di approfondire saltano agli occhi.

La prima è che tutti vanno in bicicletta, la città è prima a misura di bicicletta (piste ciclabili estese in tutta la città) e poi tutto il resto.

Vanno in bici proprio tutti tutti, davvero, nel senso che, ad esempio, non ho potuto fare a meno di notare un bimbo, di sicuro meno di 2 anni, con la sua piccola bici senza rotelle, il casco e il suo papà accanto a lui, circolavano in un area protetta ma il piccoletto mostrava già tutta la sua attitudine, e non è perché “ci nascono” è la società che li educa, tramite la famiglia e i costumi nazionali e locali. Questo rende spontaneo e naturale un modo di vivere che già ti salva la vita, o almeno buona parte della sua qualità. Altra cosa che salta subito agli occhi è il numero di carrozzine che vedi per strada, tante: i danesi fanno tanti figli e accanto a questo le coppie che fanno i figli sono giovani e spessissimo dietro le carrozzine a spasso per la città ci sono i giovani papà premurosi e teneri. E per questo non serve la sociologia, si vede ad occhio nudo anche facendo una passeggiata distratta in città. Diceva una mia amica calabrese – che ha studiato a Trento e che per ora vive in Norvegia dove la tiene il suo lavoro all’Università – nel nord Europa i figli se li fai presto li fai a 24 anni se li fai tardi li fai a 28.

Chiaramente dietro questa cosa c’è un mondo, c’è il welfare socialdemocratico che ha fatto la diversità in questi paesi (vedremo tra qualche anno come ha tenuto questo mondo alla prova della crisi, ma certamente meglio di noi).

In sintesi: i danesi, guadagnano più di noi, pagano le tasse, hanno ottimi servizi, fanno i figli, usano poco i cellulari, le regole sono le regole, non conoscono la mafia e la cultura omertosa, vanno in bicicletta e ci vogliono pure fottere con l’idea, che loro prendono sul serio, che il loro cibo sarà la nuova dieta europea (ma questo tranquilli non succederà, o almeno non ancora). E poi che dire di un paese che della piccola sirenetta della favola di Andersen ha fatto un monumento nazionale.
Ma veniamo a noi. La pizza e la tarantella non bastano più, la bellezza del nostro mare non tira più e poi in giro si comincia a sapere che è inquinato, soprattutto a sud. Noi abbiamo troppe auto, troppi cellulari, pochi figli, poco lavoro, pochi i padri che vanno in paternità alla nascita di un figlio, poco lavoro e welfare per le madri giovani e troppe quelle che smettono di lavorare dopo il matrimonio o dopo il primo figlio.

Se poi guardiamo al sud d’Italia, a noi qui, ad Acri, la distanza è quasi una vertigine. Abbiamo cellulari dei più recenti e non abbiamo lavoro, abbiamo auto costose e distruggiamo il nostro habitat, facciamo pochi figli di cui i padri si occupano poco e le cui madri per potersene occupare lasciano il lavoro o neanche lo cercano.

Noi facciamo fatica a pensare un futuro diverso dal presente, anzi tendenzialmente televisione e giornali inducono a pensare a un futuro peggiore del presente (sempre più spesso di recente mi capita di pensare, come sarebbe la nostra vita se smettessimo di leggere i giornali, di guardare internet, di ascoltare i politici e ci limitassimo a fare la nostra vita, così con calma, con concentrazione…). I Danesi, invece il presente lo vivono abbastanza tranquilli, con le loro biciclette e le loro corone (che dopo alcuni giorni non sono riuscita a gestire un granchè) e il futuro lo pensano e lo guardano da lontano. A questo proposito ho sentito di un progetto del COBE, un gruppo di giovani architetti che con finanziamenti privati e pubblici stanno ripensando tutta un’area di costa in disuso industriale. Ebbene stanno guardando ai prossimi 50 anni di quest’area e ci scommetterei che se questi il futuro lo pensano poi lo faranno pure.
A noi il futuro o lo hanno rubato o è già cementificato e i nostri figli imparano tardi ad andare in bicicletta.

Voglio però chiudere con una nota positiva, quando sono partita il cielo era grigio, quasi nero, erano le 4 del pomeriggio, tra poco avranno più buio che luce, le vetrine dei negozi sono brutte, vendono vestiti che da noi si vedevano negli anni 70. Noi siamo poveri ma eleganti, ironici e cazzari, e questo non è poco.
Annunci

Comments

  1. Ciao, ho letto che sei di Acri, io sono di un paese vicino e vorrei trasferirmi in Danimarca. Ti va di incontrarci per parlarne?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: