V OZIDANII MORJA (ASPETTANDO IL MARE) – 2012

di Assunta Viteritti.

Regia di Bakhtiar Khudoijnazarov, Sceneggiatura di Sergey AshkenazycCast: Egor Beroev, Anastasia Mikulchina, Detlev Buck, Dinmukhamet Akhimov. Il film ha inaugurato il Festival del cinema di Roma.

Come dice il regista nel presentare il suo film “l’essere umano non potrà mai essere annientato finché avrà in sé la forza di lottare e resistere”.

Una forza colossale, una tempesta apocalittica porta via il mare e con esso un equipaggio, il suo capitano, la sua donna. Un’onda gigantesca divora la vita. Il mare essicca e al suo posto si ricreano altri luoghi, spaesanti, lunari, giocosi e drammatici. La vita del villaggio riprende in quel vuoto, in quel tempo sospeso, dove tutto è finito e mai nulla è di nuovo iniziato. E’ andato via il mare, le navi sono rimaste nella secca e gli abissi marini sono divenuti montagne di sale.

Marat, naufrago e salvo, dopo anni di dolore torna nel suo villaggio, deve affrontare la perdita dell’amore e del paesaggio. Ma lui, Marat, è un capitano, deve riportare la sua nave verso il mare, la sua nave che ora è arenata nella sabbia e nel nulla che il vuoto del mare ha lasciato. E’ convinto che se riuscirà a condurla verso il mare i corpi di quelli che sono scomparsi torneranno.

Attorno a quel nulla la vita prova a riaffiorare dalla polvere, nel deserto di capanne e mattoni, tra personaggi che attraversata la tempesta vivono in bilico (rapinatori, fattucchiere, cercatori d’erbe, madri desolate, donne innamorate). Il mare ha portato via tutto, il passato è però sempre presente, è come sospeso e si ripresenta ogni volta che si alza la polvere.
Il film è ambientato in un villaggio dell’Asia centrale senza tempo e sconvolto nel suo spazio. La cittadina viveva di pesca fino al giorno in cui quella devastante tempesta di sabbia ha inghiottito il mare trasformandolo in deserto.
Il film, come dice il regista, racconta le conseguenze di una catastrofe ambientale, l’evaporazione del lago d’Aral, un lago salato di origine oceanica situato tra la frontiera dell’Uzbekistan e il Kazakistan. Un disastro ambientale che si trasforma nel film in un’apocalisse dell’anima.

Marat torna al villaggio, cerca la sua nave arenata nella sabbia e il suo cuore folle gli dice che quella nave deve cercare di nuovo il mare. La ruggine, il sale, la sabbia e Marat diventa come il matto del villaggio, è additato di aver provocato la morte dell’equipaggio e di sua moglie.

Lui vuole espiare il suo dolore, la sua colpa, con la fatica del corpo. “Io ha la polvere sull’anima”, dice alla bella e tenace Tamara, la donna che lo ama sopra ogni cosa, la giovane sorella della moglie defunta, ma Marat non può volerla, non può tornare a una vita d’amore, lui cerca il mare.
L’amico Balthasar e il vecchio suocero, figure tragiche e leggere, prima lo scoraggiano e poi accettano il suo destino e ognuno va verso il proprio. Personaggi lievi e intensi si muovono in paesaggi di luce, di sabbia, mattoni, polvere, biancore e luce, luce, accecante. Marat deve andare. Lui cerca la sua terra promessa, anzi il suo mare promesso. Solo quel viaggio solitario, impervio, impossibile, contro ogni speranza è ora la sua realtà, il suo desiderio, il suo destino. Tutti lo scoraggiano, anche quelli che lo aiutano nella sua impresa, gli dicono che il mare è lontano, che quello più vicino è solo una pozza di sale, “Marat non arriverai da nessuna parte!”. Ma lui sovrasta le ragioni degli uomini, non ascolta quelle misere parole che provano a farlo ragionare e a desistere. Lui è mosso da qualcosa di più grande.
Bakhtiar Khudoijnazarov, come già negli altri suoi film, ci porta in una terra di mezzo, tra Emir Kusturica e Andrej Tarkovskij, tra l’ironia caotica e poetica di Gatto Nero e Gatto Bianco e l’intensità epica di Nostalghia.

Marat è un personaggio assoluto, trascina la nave con la forza delle sue braccia, ma quella forza non viene dal suo corpo, viene dalla follia del suo spirito che vuole l’impossibile perché ci deve credere, come dice lui. E se ci credi accade, il mare torna.

Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non era più.
(Apocalisse 21)

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