Scuola occupata: luna park a tempo

di Nicola Baldoni.
L’anno scorso ho fatto la mia prima supplenza. Qui la storia. Ora i pupi miei occupano la scuola e a me si spacca il cuore di nostalgia. A sentire i racconti delle ex colleghe i ragazzi non fanno nulla. «È un rito, a Novembre si occupa, tutto qui». Spiegano che quest’anno con la minaccia del ddl ex aprea c’era un’aria diversa. Una voglia di protestare insieme, studenti e insegnati, poi niente, l’occupazione di default. Naturalmente c’è lo sguardo deformato dell’età per cui l’adolescente è ipso facto cazzeggione, il rimprovero per obbligo professionale, ma, a sentir le voci, la scuola è ora una fumeria d’oppio. Magari c’è dell’altro. I ragazzi stanno facendo qualcosa di assolutamente fico e impegnato e le mie ex colleghe non lo sanno. Io, a quelli là, voglio bene.

Una parte di me – quella che a 15 anni leggeva Avvenimenti, faceva politica quando i coetanei ascoltavano Ramazzotti – vorrebbe dirgli vai così.

Ho fallito nel fermare le guerre, nell’estendere la giustizia sociale (quale?), ho consentito vent’anni di Berlusconi, e allora tanto vale chiudersi nell’istituzione e, lontani dalla mamma e dal papà, tramutarla in parco giochi. Avete 18 anni, sfasciatevi, godetevela, perché poi sarà peggio. Poi c’e l’altra, quella diventata professore suo malgrado – e non so se sia la migliore – che pensa altro. È la parte che sa che non è vero che poi è peggio. In adolescenza di soffre come cani: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”, ricorda Nizan.
La parte che ogni tanto prende denaro (poco) per raccontargli ciò che sa, vorrebbe dirgli che la scuola si occupa se non funziona. Se i professori non sanno fare il loro lavoro, costringeteli a essere migliori. Ma, appunto, prendete i docenti e fateli lavorare su quello che per voi è importante. Non teneteli fuori. Aprite le porte, a tutti. Fate entrare gente. Chiamate artisti, politici, scrittori, altri professori, giornalisti, chi lavora, i precari, i migranti, la mamma, il babbo, fate circolare l’aria non solo il fumo, che va bene, credetemi, ma non solo quello. Soprattutto la mamma e il babbo, male non gli farebbe vedere com’è quel mondo.

Una delle tragedia della scuola è la sua impermeabilità. Chi non ha un figlio sui banchi non ha idea di quello che accade nel luogo dove si formano vita e coscienza.

Chi ce l’ha di solito diserta le assemblee. La scuola è una delle ultime esperienze collettive del paese nostro prima del mors tua vita mea della corsa a un posto di lavoro. E voi chiudete? Uno schema che quotidianamente subite e limita, l’andate a ripetere?
Io non so cosa facciate a porte chiuse. Immagino le peggio cose, o almeno me lo auguro per voi. Di cuore. Ma quel senso di libertà di potersene girare per i corridoi con la birra in mano invece che col libro d’algebra è povera. Non perché è povera in sé – quella è gloria – è povera se lì finisce e non si esporta.
A dar retta alle voci la scuola è ora un parco giochi, solo vostro. Vorrei dirvi che la felicità è politica. Se non esiste una conciliazione tra desiderio, libri, cazzeggio, thc, birre, Kant e impegno, il mondo è meschino. Che come tale, lo vediamo, non è prova di lucidità, ma di sguardo che si adegua al poco. Entrate in un bar, tutti dicono che il mondo fa orrore. Muovendosi nell’accettazione del povero che autorizza allo sbando, cercando al massimo di ricavare un cortile nella prigione, “un’ora di libertà”, direbbe Fabrizio, si è, appunto, carcerati. Se è piccolo quello che ora fate reggendo aule e istituzione, è un casino.

Perché, messa così, vuol dire che voi siete nel torto e le cose serie e importanti torneranno quando i professori reggeranno di nuovo la cattedra.

Se il buffo non dialoga con Nietzsche, se follia e quotidiano non si parlano e non imparano l’uno dall’altro, allora la gioia è una vicenda privata e notturna, qualcosa da consumare nell’ombra, sentendosi fichi d’essere riusciti a rubarla e non benedetti, chiamati al meglio. Se il desiderio non costruisce mondi, realtà, speranza, è pippa. Avete già la vita dell’impiegato per sei giorni sconfitto dalla scrivania e poi vivo nelle cinque ore di sabato notte dove si sbronza. È l’abc di Marx che, tra l’altro, non so neanche se quest’anno studierete: il lavoro (leggi scuola) che dovrebbe essere la parte più alta, dove si agisce per umanizzare il mondo, si riduce al mulo alla macina.

Vivi e felici si è nelle cose che sa fare anche una mucca: “L’operaio si sente un uomo soltanto nelle sue funzioni animali – mangiare, bere, procreare – mentre si sente un animale nel lavoro, cioè in quella che dovrebbe essere un’attività tipicamente umana”.

La mia paura – magari sbagliata, non sto con i pupi miei – non sono le cartine e i sacchi a pelo che Dio li abbia in gloria, ma che terminata la decina di giorni di sbronza ricorrerete composti sui banchi che ci sono gli scrutini. Tornerete a fare le persone serie, maledetti voi. Appartengo all’ultima generazione che ha sentito – tanto per capirci – Woodstock e follia non come a pausa, ma come una prova di come il mondo doveva andare. Non c’è andato. Depone contro il mondo non contro Hendrix.

Se la prima volta che agite come corpo politico si riduce a un nulla sul piano sociale, ma a un grosso spasso tra le pareti e quindi nel meschino ritorno al serio, ne consegue una declinazione del mondo in tre sezioni: niente, gioco e collasso.

Se la scuola che voi ora tenete in mano non è meglio di quella scandita dai professori – più aperta, curiosa, intelligente, felice! Sant’Iddio, felice! – alla fine, passati i dieci giorni di luna park, si cadrà in chiacchiere così: “Occupare non serve a niente…”, “Cioè ti diverti però…” che è l’equivalente scolastico del è tutto un magna magna da bar come massimo di analisi politica.
Una delle cose che più mi turba di questa generazione è la sua scarsità di pretese. La poca voglia di esportarsi. Magari non li intendo, ma temo che pretendano assai poco che la loro felicità sia la norma, che il luna park sia una costituzione e non i 10 giorni rubati al programma. Se è così vuol dire che hanno una percezione della stolidità e del vuoto intorno da raggelare. Tutto è terribile, per cui ora si cazzeggi prima della fine in veloce arrivo. Se così poco provano a imporre, se si muovono per strappare un angolo e non per fare della loro felicità la matrice a cui il reale deve obbedire, devono vedere il mondo triste, sciatto, impossibile.

Twitter @nicola_baldoni

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Comments

  1. Poi, a integrazione, questa roba qua, per intenderci, è opera di genio

    http://cdn2.stbm.it/studenti/gallery/foto/news/le-piazze-del-24-novembre-2012-a-roma/gilbertella.jpeg?-3600

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