La scuola è maestra di vita?

di Assunta Viteritti e Luigi Viteritti.

Care insegnanti e cari insegnanti di Acri (e dintorni),
da quando è nato P&R abbiamo deciso di dedicare un certo numero di contributi al tema della scuola perché crediamo che questa giochi un ruolo troppo importante, non solo per imparare la grammatica o la matematica o il greco e il latino ma anche perché la scuola è il luogo dove le nuove generazioni (e i loro insegnanti) passano la maggior parte della loro esistenza (certo tra quei banchi non è il massimo…).

A scuola ci si annoia, si litiga, ci si innamora, si costruisce l’identità, nel rapporto con gli altri, nel confronto tra le tante differenze.

La scuola italiana ha un sacco di problemi (in questi giorni di novembre in tutta Italia sono in corso manifestazioni e cortei che raccontano delle tante storture della nostra scuola l’ironia di come gli studenti fanno la loro lotta, la loro rabbia di non riuscire a pensare il futuro) ma, nonostante le cose che non vanno, le inefficienze, le risorse che non ci sono, le arretratezze culturali, le differenze territoriali, la dispersione di quelli che non ce la fanno, ecc. la scuola continua a rappresentare uno spazio decisivo per la vita futura. E’ nelle esperienze scolastiche che mettono le radici le nostre scelte, i nostri progetti e le nostre inquietudini. E’ nelle amicizie con gli altri e nei rapporti con i professori e le professoresse che una bambina o un ragazzo o una ragazza, forgiano la visione di loro stessi.

La scuola è anche un luogo dove si finisce spesso per essere conformi alle regole che il vivere collettivo impone (sempre negli stessi posti, le stesse aule, le stesse sedie, le stesse regole, la disciplina, la noia, quel professore che spiega male, l’altro che se la cava meglio, il professore che “bolla” il ragazzo in un modo, quell’altro che viene “bollato” invece dai compagni) ma è anche il luogo dove si cerca la libertà (dove si vive nei corridoi, tra i banchi, nei cortili, sui muretti, scambiandosi messaggi tra i banchi, nello sfottò quotidiano, nei baci rubati in corridoio o fuori dal cancello, ecc.): la scuola è comunque maestra di vita!

A volte però diventa un mondo serissimo, orribile, capace di far male e di incrinare la fiducia e l’autostima di giovani,magari delicati per la loro bella diversità, troppo sensibili e speciali che seguono percorsi fuori dalle convenzioni e dall’ordinario e che cercano strade proprie, faticose ma non rinunciabili.

La scuola è un luogo di sfide, alcuni le vincono e altri no, a volte proprio quelli che mostrano di essere speciali e diversi, a volte proprio quelli soccombono, nella rabbia del non riconoscimento e nel dolore di una bellezza che loro sentono per loro stessi ma che il mondo attorno non vede.

La guerra è finita, come recita una canzone dei Baustelle (a proposito del suicidio di una ragazzina di 16 anni punk e scapestrata) e la guerra è finita anche per Andrea, il ragazzo di 15 anni che ha trovato la forza estrema e maledetta di togliersi la vita. Andrea frequentava il liceo Cavour di Roma. Andrea anche in quel luogo aveva piacere di esibire le sue peculiarità, c’è chi si rasa i capelli e chi si mette l’orecchino e chi si tinge le unghie o chi si veste in un certo modo, chi si mette la minigonna, chi la maglietta con il gruppo rock, a quell’età i simboli sono troppo importanti, definiscono il “chi sono”, la differenza tra me e il mondo. Andrea ci teneva alla sua differenza con il resto del mondo, alla sua bellezza, alla sua delicata specialità. Ma qualcosa non ha funzionato e forse la scuola in questo caso non è stata maestra di vita, e la sua guerra Andrea l’ha conclusa da solo. Il Giulio Cesare è lontano, è a Roma, ma anche se non ci crediamo assolti, ad Acri (e dintorni) siamo lo stesso coinvolti. I genitori, gli insegnanti hanno un ruolo troppo importante, vitale. Hanno il dovere di riconoscere e valorizzare le differenze dei loro figli e dei loro alunni, hanno il dovere di parlare con i figli e le figlie del diritto alla diversità e del fatto che ognuno e ognuna è un mondo, diverso, unico.

Ai giovani bisogna dare la parola e l’azione, a scuola, in famiglia, ovunque (hanno un sacco di cose da dire e da fare!),bisogna far esplodere le confusioni e i conflitti, che non dovrebbero scoppiare solo nelle piazze o poi sfogarsi nella rabbia delle insofferenze, delle sopraffazioni spicciole e banali, nelle contrapposizioni tra gruppi e persone o nella solitudine che diventa una prigione.

La scuola è uno spazio centrale della vita di una ragazza o di un ragazzo e ognuno ha il diritto di rivendicare anche in quello spazio la propria identità, la propria creatività. Solo così avremo cittadini, mogli, compagni, padri, madri, politici, e persone migliori. Per Andrea la guerra è finita, lui ha chiuso, ma in questi giorni molti altri sono a fare una guerra simbolica in piazza.

Anche ad Acri i ragazzi delle scuole superiori sono andati in piazza a chiedere di credere ai loro sogni, ad esibire la loro bellezza, a meravigliare quanti li hanno osservati percorrere, arrabbiati e contenti, desiderosi di affermare la loro esistenza e il diritto al presente e al futuro. Sono arrivati fino a Piazza San Domenico e lì hanno parlato, hanno preso parola con i loro insegnanti, pochi. Nessun giornalista era presente, nessun amministratore si è degnato di andare a ringraziare quei giovani che si erano ripresi con gioia la piazza per qualche ora. Nessuno è andato a gratificare la loro aspirazione a sognare, ad ascoltare la loro rabbia, ma intanto loro, quelli che sono andati in piazza (150 su 1500 studenti studenti totali delle scuole di Acri), erano contenti, stanchi e soddisfatti, la loro guerra simbolica non era stata inutile: avevano sperimentato loro stessi e la loro voce in una piccola piazza del sud.
Anche Roma è stata invasa da molti cortei, pacifici, ironici, arrabbiati e contenti, tra questi un gruppo di studenti del secondo anno del Liceo Colonna, che a Campo Dei fiori (Mario, Paola, Stefania, e altre) chiedevano alla folla monete per gestire la loro occupazione, per comprare i panini e da bere, per organizzarsi. Erano impegnati e contenti, avevano a disposizione la loro scuola, hanno visto film, parlato fuori dai banchi con i professori seduti accanto, oltre le regole e le conformità, un respiro di sollievo insomma, una piccola guerra pacifica fatta sul serio ma divertendosi.
I giovani hanno bisogno delle guerre personali, ma dovrebbero sempre vincerle e la scuola ha una enorme responsabilità per costruirsi la cassetta degli attrezzi che forma a guerre che vanno combattute e vinte. Andrea la sua purtroppo l’ha persa, lui che voleva solo essere felice.

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