Un contributo di idee inteso come senso civico

di Pino Scaglione.

PEEP4Quando, lo scorso anno, ho pensato di dedicare una parte delle ricerche del mio corso di Progettazione Urbanistica e del Paesaggio –di cui sono titolare presso l’Università di Trento- ad Acri l’ho fatto (per sgombrare il campo dalle tristi e laconiche solite voci di corridoio) con lo scopo di immaginare che fosse giunto il momento di tornare sui luoghi di origine, con un contributo di innovazione e ricerca progettuale necessario oggi alla luce dei molti cambiamenti sociali avvenuti. L’ho fatto anche con il senso civico del cittadino, che si preoccupa del suo territorio nel senso più ampio, senza dimenticare le radici e le problematiche che proprio al sud da anni bloccano possibili processi di rinnovamento. Infine perchè la ricerca, anche quella urbanistica e dell’architettura, non ha confini, ne privilegi: ogni luogo nasconde una occasione di sperimentazione di un metodo, di avanzamento, di rinnovamento dei contenuti. Soprattutto i luoghi del sud del mondo, tra cui anche Acri e la Calabria, serbatoi inespressi di potenzialità, umiliate, frustrate, degradate da una classe politica corrotta e incapace, che da anni governa e gestisce a fini personali e miopi queste enormi risorse.
Quando abbiamo pensato, con i miei collaboratori, ai temi, ci siamo detti che dovevano essere esemplari ed esplicativi di una serie di condizioni “tipiche”, abbiamo lavorato a lungo per istruire i nostri allievi su situazioni simili, correggendo le loro prime ipotesi, le proposte che venivano avanti e gli abbiamo dato collocazione in un sistema di riflessioni teoriche e di ricerca che verrà poi raccontato nel volume che raccoglierà i materiali di questo laboratorio -e di altri svolti negli altri anni ad Acri- insieme ad una mostra che con molte probabilità si svolgerà ad Acri durante il periodo pasquale (fine marzo prossimo).

LocandinaSiamo convinti che nei prossimi anni gli aspetti ecologici, del paesaggio e del buon costruire e rigenerare quanto mal costruito sino ad oggi, saranno temi principali, sia per i cittadini che per i giovani progettisti, che per gli amministratori.

Con queste convinzioni e l’entusiasmo di sempre (che ha caratterizzato tutto il mio lavoro da sempre, nonché quello di mio padre al sud e ad Acri, e come lui di tante altre straordinarie persone che hanno sposato la causa del riscatto dei nostri luoghi, ed alla cui memoria è dedicato ogni sforzo e pensiero) siamo partiti ragionando sul fatto che il malato più grave non è il centro storico, malgrado soffra di marginalità e abbandono, ma proprio tutte le parti nuove e quelle dei primi del secolo, che hanno subito trasformazioni a volte violente e irreversibili, che hanno perso la fisionomia di un luogo da abitare e vivere con qualità, dignità, civiltà e con il piacere di qualsiasi area urbana che appaghi anche la parte estetica oltre che funzionale.

<Alla ricerca, senza nostalgia, ma con spirito innovatore di ricerca,di un equilibrio smarrito tra l’uomo e i luoghi naturali, perché abitare la terra ad Acri, come in ogni altro luogo del sud o del mondo, non sia più ferirla e umiliarla, distruggerla, ma proteggerla e salvaguardarla.

Come un bene prezioso e collettivo e non di qualcuno o dell’altro, ma di una intera comunità, grande come un paese o come il mondo intero. La seconda questione che ha mosso il nostro lavoro è stata quelle di pensare che l’Europa è anche Acri, e che invece di mandarci parlamentari incapaci (in Europa) forse è meglio portarla in Calabria e altrove, non solo per spremere -commettendo errori gravissimi di strategia territoriale/economica- i fondi, ma anche per capire che la civiltà europea è belle città e belle piazze, paesaggio tutelato e valorizzato, architetture di qualità, cittadini attivi in un ambiente urbano pulito, natura protetta e di nuovo protagonista di una possibile rinascita urbana e civile. Civile lo uso spesso, non a caso, perché civile è solidale, coeso, unito, compatto, contro ogni forma di denigrazione, pettegolezzo, ciarlataneria che pure attanaglia da sempre questa piccola, operosa (non più tanto) comunità ai piedi della Sila, e che ne fa un luogo di degrado sociale.

Sui tre progetti prodotti nel Laboratorio di Dicembre, non soffermo molto, ma nelle immagini è possibile, spero, capire il senso delle proposte: semplici, possibili, realizzabili. Interventi mirati a rendere posti del tutto anonimi e cresciuti a caso, nuovi luoghi di aggregazione. Basta poco, ma ci vuole qualità, e non solo una laurea (come rivendicato spesso dai tanti mestieranti/professionisti locali) per fare un buon progetto. Ci vuole sensibilità, cultura, attenzione, curiosità, dedizione, passione, intelligenza, intelletto e grande capacità di fare sintesi. Cose non facili per chi non studia continuamente le questioni del progetto, della città, del paesaggio e rimane con il pezzo di carta attaccato dietro la magnifica scrivania!
Quella sensibilità che spesso hanno (molta di più di tanti altri) gli studenti, giovani, interessati e motivati. Come quelli che hanno partecipato al nostro Laboratorio ad Acri e che da Trento, nelle aule della Scuola di Ingegneria/Architettura hanno seguito e collaborato per altre idde progetto su Acri.
Infine, sarebbe bello pensare che i Laboratori, occasioni di apertura, di confronto, di scambio, come le interviste realizzate dai ragazzi in quei giorni, divenissero un modo partecipato e nuovo di fare cultura della città e cultura della qualità. Sarebbe un bel segnale della politica di mettersi finalmente all’ascolto e alla elaborazione, piuttosto che all’inseguimento delle sole quotidiane emergenze.
Dunque, a conclusione di queste note, dopo un ringraziamento ancora a tutti gli ospiti presenti alla bellissima serata dell’otto dicembre, a conclusione del Laboratorio, voglio ancora ringraziare i miei collaboratori, i miei allievi, tutti coloro, incluso “Pane & Rose”, che hanno contribuito a divulgare e far apprezzare la fatica fatta.
E chiudere con un appello in poche righe qui sotto, un appello di civiltà e cultura:
In questi giorni le riviste di Architettura e i più importanti portali di Architettura italiani e stranieri, danno molto spazio allo studio di Architetti MDU, giovani progettisti toscani, autori dell’incompiuto teatro di Acri. teatro

La situazione di stallo dell’Opera pubblica , certo tra le più importanti di Acri degli ultimi 15 anni, è una vergogna e una inciviltà per diversi motivi:

1- è uno schiaffo alla crisi lasciare incompleto un edificio pubblico (come tanti altri).
2- è una idiozia pubblica non completare un’opera che inserirebbe Acri nei circuiti delle poche città italiane al sud ad avere un’opera di architettura degna di questo nome e di uno studio di architettura di prestigiosi e rinomati architetti italiani.
3- Qualsiasi sia il motivo del blocco, non vi è ragione di non poter pensare che chiedendo agli stessi architetti (e non chiamando un qualsiasi sprovveduto progettista) l’opera non si possa adeguare ad altro uso, se fosse questa la ragione.
4-L’architettura contemporanea di qualità rappresenta lo spirito, la civiltà, la cultura di un luogo e di una società: se quest’opera non dovesse essere finita e lasciata all’oblio, per Acri sarebbe una sconfitta civile.
5- Invito tutti a guardare il bellissimo e nuovo teatro di Montalto Di Castro dello stesso studio MDU  e le immagini della nuova biblioteca a Greve in Chianti sempre degli MDU per capire quale occasione stiamo perdendo!
6- Il completamento dell’opera pubblica darebbe respiro e valore ad un quartiere dormitorio, tra i più tristi realizzati ad Acri negli ultimi anni e potrebbe far partire con intelligenza, una operazione di rigenerazione urbana come dimostrato durante il workshop a Palazzo Sanseverino dal lavoro svolto con i miei allievi di Trento.
Sto scrivendo lettere di protesta e denuncia per questa situazione ai direttori delle principali riviste di settore italiane e straniere per far pervenire pressioni all’amministrazione di Acri per la soluzione del caso.

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