Vicolo largo

images2In questo primo mese post-elezioni la politica italiana è cambiata più che negli ultimi vent’anni. Un Parlamento più giovane, più femminile e un po’ meno sporco di prima. I presidenti di Camera e Senato (dimentichiamoci per un attimo i loro nomi, almeno del secondo) scelti fuori dalle nomenklature partitiche. Il loro impegno a tagliarsi lo stipendio, sia pur di poco, innescando un effetto domino. La Sicilia che abolisce le province. Il Pd che parla di conflitto d’interessi, di ineleggibilità di B., addirittura di un sì a richieste d’arresto, tutti temi che fino all’altroieri erano tabù. E osa financo mettere in discussione il dogma del Tav Torino-Lione, grazie a Puppato, Emiliano e Civati, tre rari esseri viventi in un Politburo di mummie. Il merito principale è del Movimento 5Stelle che pungola e spaventa i partiti, dando coraggio e visibilità a dirigenti rimasti troppo tempo nell’ombra e ribaltando l’Agenda Unica che dominava fino a ieri la morta gora con la scusa dei mercati, dell’Europa e del ricatto “Monti, solo Monti, sempre Monti”: spread, austerità, tagli, tasse. Però il miglior Parlamento degli ultimi decenni rischia di sciogliersi alla velocità della luce per mancanza di maggioranza, paralizzato da tre minoranze vicine al 30% (Sinistra, M5S e Destra) più quel che resta del Centro. Siccome, checché se ne dica, il Pd è il partito più votato, sia pur di un soffio, è giusto che l’incarico di tentare un governo sia andato a Bersani. Il quale però non ha la più pallida idea (o, se ce l’ha, non la dice) di come racimolare una maggioranza che gli voti la fiducia al Senato (alla Camera ce l’ha solo grazie al mostro del Porcellum). L’unica sua chance è al blocco Sinistra-Centro (sempreché Monti e Casini ci stiano) si uniscano almeno 17 dissidenti M5S, o la Lega, o il Pdl (votando la fiducia o uscendo dall’aula per abbassare il quorum). Sappiamo che Bersani non vuole i voti del Pdl, ma non può impedire che gli arrivino a sua insaputa per tenerlo in pugno. Sappiamo che il soccorso leghista non gli dispiace, e vien da domandarsi se sia impazzito, visti i piani secessionisti di Maroni. Sappiamo che la sua prima opzione è spaccare i 5 Stelle col “metodo Grasso” o il “modello Sicilia”, che c’entrano come i cavoli a merenda (le presidenze delle Camere sono cariche istituzionali, il governo è un fatto politico; e nelle regioni la fiducia non esiste). Nei primi due casi Bersani si consegnerebbe nelle mani della Destra: un suicidio. Nel terzo scatenerebbe le proteste grillesche contro un mercato delle vacche che non basta chiamare “scouting” per cancellarne la puzza: un suicidio al cubo. Che fare per non ricascare nel solito inciucio? Ripartire dalle aspettative degli elettori. Ai quali Bersani promise di governare col Centro contro i “populisti” Grillo e B.; Grillo di combattere “Pdl, Pdmenoelle e Rigor Montis”; B. di sbaragliare i “comunisti” Pd-Sel, i “black bloc” a 5 Stelle e il “Trio Sciagura” Monti-Casini-Fini. Nessuno dei tre – né Bersani, né Grillo, né B. – è stato votato per governare con uno degli altri due. Dunque si rispetti, una volta tanto, la parola data e il responso delle urne. Bersani rimetta il mandato prima di sfracellarsi al Senato, cestini i suoi otto punti (di sutura) e dica a Napolitano: “Nomini lei un premier fuori dai partiti, che per pochi mesi faccia poche cose fra quelle che piacciono agli elettori di Sinistra ed M5S, realizzabili in breve tempo: via i fondi pubblici ai partiti, il Tav, il Porcellum, le province; e leggi ‘Robin Hood’ per togliere ai ricchi e dare a chi ha bisogno. Poi, se il governo regge, va avanti; se no si vota”. Qualcuno dirà: 5 Stelle dirà no comunque. E chi può dirlo? Grillo al Colle non ha fatto nomi: ha chiesto un governo “a 5 Stelle”, non “di 5 Stelle”. Se ora alcuni dei suoi sono tentati di dialogare financo col Pd, è possibile che la gran parte dica sì a una proposta che non può rifiutare. Finora non s’è vista: che aspettano lorsignori a farne una?

Marco Travaglio

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 26 marzo 2013

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